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Kubrick #7. Arancia Meccanica (1971)
L'ultraviolenza giovanile esteticamente galvanizzante, l'incomprensibile gergo Nadsat dalle pronunce sovietiche, l'uso volontariamente improprio di classici come la Nona (Sinfonia) di Beethoven - due "e", ci ricorda il protagonista e narratore - e "Singin' in the rain" cantata in un contesto che farebbe rabbrividire i fan di Gene Kelly nel celebre musical. Dopo la pietra miliare di Odissea nello spazio, il consolidamento della capacità del regista di piegare qualsiasi soggetto non originale al suo stile - con buona pace di Stephen King - è completo, tanto che si prenderà sempre piú tempo per realizzare una pellicola, pellicole che avranno un solo canone cinematografico ricorrente: il marchio Stanley Kubrick.
Stavolta sul patibolo del demiurgo troviamo la black comedy distopica scritta da Anthony Burgess in appena tre settimane, un uragano di vitalità ispirata dai casi di violenza giovanile in Inghilterra dei primi anni '60 e dalle violenze subite dalla moglie durante la Seconda Guerra Mondiale. Il titolo - che l'autore cita come espressione sentita in un pub londinese - è un gioco di parole, un ossimoro che vede l'imposizione di qualcosa di freddo, rigido, razionale, meccanico ad un organismo vivente, ad un sapore deciso, quindi pieno di vita, come quello di un'arancia.
Umano, troppo umano. In Arancia Meccanica piú che mai l'opera di Kubrick rappresenta un distillato di genio filmico che, sotto il suo intramontabile fascino visivo, cela una ricerca quasi filosofica su che cos'è l'essere umano.
Consigli appassionati:
- Bronson (Nicolas Winding Refn, 2008)
- Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991)
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