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Tenet
L'ultima opera di Christopher Nolan accompagna la riapertura delle sale al di fuori degli States (e, a breve, di una piccola parte delle sale statunitensi). Il regista, che da anni rappresenta per autonomasia l'avanguardia tecnologica della produzione cinematografica mondiale, fa valere il suo forte potere contrattuale con la Warner Bros, acquisito ai tempi di Batman, evitando un'ulteriore procrastinazione - o un totale salto! - della theatrical release tanto fondamentale per l'esperienza squisitamente cinematografica da lui voluta: per questo si filma - ovvero si gira in pellicola - prevalentemente in IMAX e si affianca la distribuzione digitale con le imponenti bobine del 70mm. Non si bada a spese per le riprese in set cinematografici reali privi il più possibile dell'uso di green screens ed effetti speciali, accumulando costi paragonabili a brands remunerativi come Star Wars e Avengers. Per tutto ciò, Mr. Nolan, grazie.
Se da un lato l'esperienza della visione di Tenet è più che riuscita, riuscendo a tenere col fiato sospeso lo spettatore per i suoi 150' e a farlo uscire dalla sala a bocca spalancata, dall'altra la meraviglia ha vita breve. Tutto il film, ad avviso dello stesso Nolan uno spy movie reso appetibile all'audience contemporanea, ruota attorno ad un altro dei suoi giochi di prestigio con il tempo in quanto dimensione non lineare o mono-direzionale. Al di là di una breve ed improbabile introduzione all'entropia degli oggetti dal retrogusto di origin story superoistica, il film è essenzialmente una matrioska che prima viene aperta e poi viene richiusa. Ciò che può generare confusione all'interno di una struttura classica, infatti, è la duplice direzionalità rappresentata nello stesso frame: chissà quanto si devono essere divertiti a girare avanti e indietro nel tempo!
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| - Te hai capito qualcosa della sceneggiatura? - Guarda, se la provi a leggere al contrario... |
Il problema di Tenet è che questo elemento estraniante, complice la freddezza asessuale tipicamente nolaniana, supera e, anzi, mette in angolo l'impatto emotivo del film stesso, che a malapena affiora nel rapporto, appena lasciato intuire, tra il protagonista - John David Washington - e Neil - Robert Pattinson, spassosamente difficile da collocare tra passato, presente e futuro.
Al di fuori di una certa nicchia di intellettualoidi, il film è destinato a non lasciare un segno profondo... dov'è il mistero, dov'è la carica emotiva? Esattamente come Dunkirk, questo capolavoro della tecnica appare come incompiuto. E, in entrambi, la metà assente ha un nome e un cognome: Jonathan Nolan, il fratello minore, ossia l'uomo nell'ombra sceneggiatore della quasi totalità della filmografica nolaniana fino a Interstellar. Ci dispiace. È un peccato non poter parlare dei fratelli Nolan così come si parla dei fratelli Coen, piuttosto che dei frat delle sorelle Wachowski.
Consigli appassionati:
- The prestige (Nolan brothers, 2006)
- Memento (Nolan brothers, 2000)
- Il cavaliere oscuro (Nolan brothers, 2008)
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