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Kubrick #2. Orizzonti di gloria (1957)
Seconda delle tre produzioni Harris-Kubrick, questo film in bianco e nero dall'animo scarsamente commerciale fu reso possibile dal sodalizio tra il regista e una delle stars hollywoodiane del momento: Kirk Douglas, attore morto l'ultimo febbraio alla veneranda età di 103 anni.
Il film, ambientato nella Francia del 1916, ma girato in Baviera, ha per protagonista assoluto l'attore stesso. Interpreta il colonnello Dax, l'ufficiale francese a cui viene assegnata la missione suicida di conquistare la fortificazione tedesca soprannominata il "Formicaio" in condizioni sfavorevoli per numero, artiglieria, posizione, meteo. Ma già le prime scene ci fanno intuire che non si tratta di un epico war movie, bensì di una forte ed aspra critica alla guerra stessa, allo scarso valore che acquisisce in essa la vita di un uomo. Che sia il generale Mireau, il quale accetta impetuoso l'ordine di mandare alla carneficina uno dei suo reggimenti non appena sente il profumo di una promozione, o il tenente Roget, che per ignominia è fautore prima della morte di un vecchio compagno di scuola, poi, per nasconderne le prove, manda al patibolo un altro suo sottoposto, l'istinto del tornaconto personale la fa da padrone.
Due sono i luoghi in cui è girato ed ha luogo Orizzonti di gloria il cui contrasto non potrebbe essere più netto: il lussuoso castello di Schleissheim, dove i generali si intrattengono tra balli e il gioco delle promozioni, e un campo preso di affitto da un agricoltore bavarese, dissestato per ricreare le trincee e la terra di nessuno. Entrambi saranno macchiati dal sangue, ma per diverse ragioni. Se il secondo lo sarà dalle raffiche di mitragliatrici tedesche, il primo sarà teatro della farsa costituita dal processo, predisposto dalla corte marziale, per punire la "codardia" del reggimento guidato da Douglas, ovvero per l'aver battuto velocemente in ritirata di fronte a morte certa. È proprio nel negoziato tra Dax, che vorrebbe salvare i suoi uomini, e Mireau, che vorrebbe "dare l'esempio" condannandone un centinaio, che il film raggiunge l'apice della sua vena satirica. Far uccidere 100, o 12, o 3 uomini, peraltro propri compatrioti, diviene puramente una minuzia su cui è inutile addirittura avere un dibattito.
Un film duro, uno di quei film contro le ingiustizie che sanno far montare la rabbia dentro finché il protagonista non dirompe, ergendosi a voce del pubblico tutto. Ma, attenzione, niente finalini o mezzi lieti fini - questo per precisa scelta di Douglas più che di Kubrick. Orizzonti di gloria lascia, piuttosto, scorrere fiumi di lacrime di fronte a fräulein Christiane Susanne - futura fräu Kubrick - la quale canta Der Treue Husar con una voce così bella e triste da rompere l'incanto dei soldati francesi accecati ed inebriati dalla guerra, facendoli commuovere. Non potrebbe esserci un contrasto maggiore dopo aver mandato i titoli di testa a colpi di Marsigliese.
Consigli appassionati:
- La parola ai giurati (Sydney Lumet, 1957)
- J'accuse (Roman Polanski, 2019)
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