Martin Scorsese (1942, NY/Queens), Robert De Niro (1943, NY), Joe Pesci (1943, New Jersey), Al Pacino (1940, NY/Manhattan). La vecchia guardia. A 45 anni da Il padrino 2, 35 da C’era una volta in America, 29 da Quei bravi ragazzi decidono di avere la loro rimpatriata da icone
dei film sulla mafia italo-americana. E chi, meglio di loro, può portare in scena Little Italy? Tutti e quattro sono figli o parenti di italo-americani di New York o zone limitrofe. Forse hanno capito che gli 80 non sono i nuovi 40 e che questa è la loro ultima occasione per provare a chiudere in bellezza la loro carriera.
La trama si rifà alla biografia del sicario irlandesevFrank Sheeran (De Niro), il quale, al soldo della Cupola di Cosa Nostra, uccise il potente sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), definito il secondo uomo più importante d’America dopo il presidente da Robert Kennedy (padre di…). 3 ore e mezza sono dispersive, l’allusione a fatti reali o a ipotesi riguardo al coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy è secondaria alla volontà dei protagonisti di voler fare un film insieme, punto.
The irish man è un vero e proprio omaggio alle rispettive carriere e vecchie glorie. E non poteva non esserlo. Joe Pesci è naturale nel suo essere un boss mafioso che introduce una nuova leva nelle meccaniche della mafia, ma stavolta non risponde mai alle insistenti provocazioni – c’è sempre qualcosa di funny nelle battute che gli vengono rivolte -, anzi porta tutto il peso di una vita mafiosa nell’andare a quasi 80 anni a riscuotere il pizzo di paese in paese o nel trasmettere gli ordini dei piani alti al suo protetto De Niro.

Le scene divertenti che prendono un in giro il mondo mafioso cinematografico, creato, in passato, dagli stessi protagonisti di
questo film, sono davvero molte. Una sana autoironia vede De Niro compiere omicidi su omicidi con la pistola puntata a meno di un metro di distanza e spari molto rumorosi – non è come uccidere in guerra, insegnava già Sonny Corleone al fratello Michael -, compiendo il classico lancio dell’arma del delitto nel fiume più e più volte dallo stesso ponte fino a riempirne il fondale. Chiaramente
l’omicidio di un boss deve essere fatto in una trattoria italiana, consigliando al sicario di andare prima in bagno, “così controlli che non ci sia nessuno e vai anche in bagno”. De Niro, braccio esecutore della mafia, dovrà anche fare da intermediario tra il testardo amico Jimmy Hoffa e i boss a cui dà fastidio. Un continuo batti e risposta senza speranza tra le due parti, un
litigio infantile in cui ci si offende, ci si fa dispetti e si viene alle mani, soprattutto se si chiamano gli italo-americani “you people”. Dopo aver deriso la scarsa elasticità dei boss tramite un Al Pacino esilarante nella sua cocciutaggine, Scorsese ci riporta alla realtà: la mafia conosce un solo modo per risolvere i problemi.

Ecco che l’intento del film è rivelato. Dopo aver creato il mito della mafia italo-americana e di quanto fighi, sopra le righe e pieni di personalità siano gli associati coinvolti in rapine, minacce, omicidi, corruzione tra le tante cose, i protagonisti tornano per dire: “non è mica vero”. Per una volta ci si riallaccia a fatti storici, arrivando a toccare l’influenza su parte della storia americana (elezioni Kennedy vs Nixon, tentativo di far cadere Castro a Cuba) e distruggendo il mito. Anche i singoli personaggi sono la nemesi di sé stessi, pur calzando sempre con nonchalance i panni del mafioso. Joe Pesci non ha più energie, si sottomette alla Cupola anziché affrontarla di petto. De Niro, con la sua bella facciona da mafioso, non ride mai, è un tetro sicario. Al ‘fucking’ Pacino è l’unico a possedere ancora, sotto sotto, la sua energia. Ma non è più quello che anticipa le mosse di tutti i suoi avversari e che ne sa una più del Diavolo. Stavolta perde.

L’ultimo film di Scorsese uscirà su Netflix il 27 novembre tra le polemiche del cineasta, ormai in piena crisi senile, riguardo al
mondo dei cinefumetti. Questi temi – senilità e distruzione dei miti creati decadi prima – tracciano facilmente un parallelismo tra l’iconico Clint Eastwood dei film di Leone (anni ’60) e il peso sulla coscienza del pluriomicida protagonista de Gli spietati (1990). Certo, con ingredienti tanto buoni, non può che essere un film più che passabile, quasi buono. Però la sensazione che questa riflessione venga fatta da Scorsese fuori tempo massimo, sia come anni che come minutaggio, c’è.
Citazioni obbligatoria (in “italiano” nel film):
“Mangia, che cresci!”
Consigli appassionati:
- Gli spietati (Clint Eastwood, 1990)
- Il padrino (Francis Ford Coppola, 1972 e 1974)
- Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990)
- Casinò (Martin Scorsese, 1995)
- Heat (Michael Mann, 1995)
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