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VENEZIA78: The last duel, L'événement, È stata la mano di Dio

The last duel - fuori concorso  Quattordicesimo secolo, Normandia. Sir Ridley Scott usa lo sfondo della guerra dei Cento anni e di un conflitto di potere tra ex-commilitoni per affrontare una questione spinosa oggigiorno, ovvero il tema della violenza sulle donne. Quante ingiustizie vengono occultate e quante difficoltà incontrano le vittime nel parlare, nel dire la verità e cercare giustizia, osteggiate tanto da uomini, quanto da donne? Ma sir Scott ci attrae nella questione con la carota: sin dal titolo, cosí come dai primi minuti, fatti dal clagore di spade e scudi e dal rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati a spron battuto, sappiamo che la conclusione vedrà Matt Damon - Jean de Carrouges - affrontare a duello Adam Driver - Jacques LeGris. E chi, meglio del regista de Il gladiatore , può portare in scena un combattimento all'ultimo sangue?    L'impianto narrativo è tipico dei film giudiziari. Prima di assistere, per intero, all'epico duello, passeremo in rassegna t...

Oscar nominees

 Dei nove film candidati alla più ambita statuetta, solo quattro hanno una reale chance. 1917 e Parasite sono sulla bocca di tutti, ma anche una sorpresa tarantiniana non sarebbe inaudita. Joker sembra aver invece perso la corsa, anche se il premio a miglior attore protagonista è già in mano a Joaquin Phoenix. Ma non è detta l'ultima parola.
E gli altri? Ci sono Marriage story e il suo quartetto di straordinarie interpretazioni (cose da American hustle), in contrasto alla rimpatriata del trio senior - quattro con Scorsese - di The irishman. Ne mancano ancora tre.



Ford v Ferrari

 
 Uscito in sala con il titolo Le Mans ’66 – La grande sfida, il regista di un paio di Wolverine – James Mangold – ha messo insieme 152 minuti di puro godimento. Una storia di amicizia tra due grandi piloti, una sfida impossibile: battere la Ferrari nella più grande competizione di endurance racing, la 24ore di Le Mans... con una carretta come la Ford. Ma è anche una storia di compromessi tra la purezza della passione e i capitali del colosso statunitense, necessari per portare un’idea dai sogni alla realtà. Candidato inoltre in tre categorie tecniche, c’è la speranza che venga premiato almeno per il montaggio: i passaggi tra le scene recitate - christian Bale e Matt Damon finalmente insieme! - e quelle girate con piloti che corrono effettivamente a Le Mans, per il piacere di ogni petrolhead, sono pressoché invisibili.




Jojo rabbit

 
 Taika Waititi è un comico neozelandese di origine in parte Maori, in parte ebrea. E dicono che ci voglia un ebreo per fare satira sul periodo nazista. Il protagonista è un ragazzino che fa parte del corrispondente gruppo scout/balilla nazista. Fedelissimo al partito, ha addirittura Aldolf Hitler come amico immaginario e guida spirituale. È il tipo di ragazzo che viene un po’ preso in giro dai suoi compagni, ecco tutto. Non sfigurerebbe in un film di Wes Anderson. Se vogliamo questa è una storia di maturazione del protagonista, infatti in questa divertente e fresca commedia il piccolo Jojo sarà costretto a rivedere le sue fragili, ma convintissime, idee sul mondo per poter fare amicizia con il fantasma che si nasconde in casa dentro il muro. Film piacevole.




Piccole donne

 
 Un altro? Eh, sì. Un altro. Greta Gerwig, dopo il debutto alla regia con Lady Bird, continua a lavorare con Soirse Ronan (Jo) – candidata a miglior attrice protagonista – e Timothée Chalamet (Laurie). Candidata anche Florence Pugh (Amy). I tre formano una sorta di triangolo amoroso in cui il ricco damerino Laurie viene rifiutato dall’intraprendente "non penso che mi sposerò mai" Jo, che andrà a sbarcare il lunario a New York pubblicando racconti e insegnando, mentre Amy, la sorella impulsiva innamorata di Laurie, soffrirà l’essere sempre una seconda scelta. Il guizzo della regista in questo ottimo adattamento del celebre romanzo si rivela nel finale. Sin dall’inizio il doppio personaggio Jo/Louisa May Alcott (l’autrice di Piccole donne) è la spinta femminista della storia, l’unica sorella a non cedere ad una società che la vuole in cerca di un buon partito. Il suo sogno di indipendenza viene coronato dalla pubblicazione del libro, previo una condizione dell’editore: Jo s’ha da sposare. La regista reinterpreta il matrimonio di Jo del romanzo come una scelta forzata, chiudendo il suo film con una scena melò dai dialoghi così banali da ricordare i film della Disney. Il contrasto con il personaggio descritto fino a quel punto è a dir poco palese.




Extra: I due papi

 
 Netflix, quest’anno sottotono agli Oscars con solamente Scorsese e questo film, risponde alle serie di Sorrentino per HBO con Jonathan Pryce (gesuita fin da Game of Thrones) e Anthony Hopkins, portandoli entrambi alla nomina a miglior attore (protagonista e non protagonista). L’idea di base, ovvero intrecciare una storia verosimile alle circostanze delle ultime due elezioni papali, può apparire tediante. Invece il film è molto deciso nel far luce sugli errori di entrambi i personaggi e si dimostra molto umano nel comprenderli, nel perdonarli. Ed è proprio la metafora della confessione e dell’assoluzione quella usata da Fernando Meirelles (City of God… una vita fa) per costruire il personaggio di Bergoglio, figura che emerge sì positivamente, ma che sarà sempre oggetto di divisione nella sua terra natia, l’Argentina, per via della complicità con il generale Videla durante il Processo di riorganizzazione nazionale nella seconda metà degli anni ’70 e la sua brutale campagna repressiva. Vorrei anch’io poter riflettere sulla vita e i miei errori con la Cappella Sistina a mia totale disposizione.





Ora manca solo il cosiddetto the elephant in the room...

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