Terrence Malick (La sottile linea rossa, I giorni del cielo) ha presentato la sua ultima opera al festival di Cannes dell'anno scorso. Il regista americano continua a indagare il rapporto tra essere umano e Dio presentandoci parte della vita di Franz Jägerstätter, martire cattolico beatificato dalla Chiesa nel 2007. Siamo tra le montagne dell'Austia, in un paesino contadino vicino al confine con la Germania (le riprese invece si sono svolte per la maggior parte nell'Alto Adige).
Corre l'anno 1939, ovvero l'Anschluss, l'annessione dell'Austria al Terzo Reich, è già avvenuta, come ci ricorda la sequenza d'apertura. Ma il villaggio di Radegund è ancora un locus amoenus in cui la vita semplice e cristiana e perciò onesta della famiglia Jägerstätter e dei concittadini prosegue. Una vita in cui la gioia della pace con la natura supera di gran lunghe le fatiche proprie dei contadini di montagna. Tutto cambia con l'avvento della guerra, portando l'intera comunità austriaca - persone comuni, sindaci, preti e vescovi - a collaborare con il regime nazista, un comportamento forse troppo facilmente giustificato dallo spirito di sopravvivenza. Si viene velocemente a delineare il percorso verso il martirio da parte di Franz, appoggiato dalla moglie e osteggiato dalla sua stessa comunità, cioè dai contadini che lo incolpano di starsi sottraendo dal proprio dovere, che, come prima era coltivare i campi insieme, ora è battersi al fronte. Il suo è un rifiuto generale all'uccisione di innocenti motivato da un forte fervore cattolico. Sa che la sua strada può avere solo una fine, ma forse è proprio l'estremo sacrificio ciò di cui è in cerca e per questo rifiuta l'idea di nascondersi tra i monti.
Grazie alla protezione offerta dal sindaco, vecchio amico, che lo esonera a più riprese dal servizio di leva in quanto lavoratore "insostituibile", riesce a sottrarsi alla chiamata alle armi e all'obbligatorio giuramento di fedeltà a Hitler fino al marzo del 1943, cioè fino a quando il regime nazista è già in ritirata: Stalingrado è persa, così come ormai lo è l'Africa, mentre la R.A.F. bombarda già Berlino. Tre anni di libertà sono un tempo incredibilmente lungo per quello che poi è un dissidente politico al Terzo Reich, nonostante la base religiosa.
Abbandonate le ampie e bellissime vedute del Tirolo il film è a tutti gli effetti chiuso, ovvero Franz non è altro che un condannato a morte che aspetta la propria sentenza - e lo sa meglio dello spettatore. Nei 100 minuti rimanenti - troppi - e al di là delle scene in prigione, piuttosto vuote e prolisse, Malick volge la sua attenzione alle fatiche del resto della famiglia Jägerstätter, cioè la moglie Fani, le tre figlie e la sorella della moglie. Il duro lavoro, l'ostilità da parte del villaggio, la disperata ricerca di salvare Franz. Morirà invano? Il regista sembra volerci dire di no. A hidden life è anche una rappresentazione del turbamento di massa delle coscienze, prima piegate alla volontà del regime e a uno spirito di autodifesa tremendamente egoistico, poi, ad un tratto, risvegliate dai rintocchi delle campane suonate a morto. Malick crede che l'essere umano sia intrinsecamente buono ed erge Fani e una comunità di persone semplici a baluardo della sua idea, ci lascia con il messaggio di speranza che ricostruire si può sempre.
Consigli appassionati:
- La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)
- Via col vento (Victor Fleming et al., 1939)
- Grand Budapest hotel (Wes Anderson, 2014)
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