Nono film per Quentin Tarantino, il celebre
autore di pellicole che possono vincere la Palma d’Oro a Cannes così come incassare
$300-$400 milioni - ma non portarlo all’Oscar alla miglior regia. Approdato ad
Hollywood dopo aver lavorato in un negozio di videonoleggio a Los Angeles,
Tarantino ha le idee chiare: un regista può fare al massimo 10 film di qualità,
dopodiché sarà meglio chiudere bottega. Più volte dei suoi colleghi si sono
ritirati solo temporaneamente (Miyazaki, Soderberg, Lynch, …), perciò il futuro
di Quentin non è ancora scritto. Ma, se dovesse rispettare le sue – ormai antiche
– dichiarazioni, manca solamente un suo altro film, peraltro appartenente alla
saga di Star Trek. Tutto ciò è rilevante a interpretare C’era una volta a...
Hollywood come l’opera più personale di Tarantino, nonché la sua ultima
occasione per ergere un monumento ai suoi miti. Autoreferenziale? Sì.

Cosa ama, in particolare, quell’ultra cinefilo di
Quentin? Gli spaghetti-western e Hollywood. E i piedi delle belle attrici. Chi
può incarnare l’idea stessa del cinema e delle stelle di Hollywood? Al Pacino, Brad Pitt e Leonardo Di Caprio. Quella
volpe di Tarantino usa gli attori nei loro punti di forza: un Pacino capace di
rubare il palcoscenico a chiunque, con i suoi discorsi le canta a un Rick Dalton
(Di Caprio), attore dei – brutti – western hollywoodiani a là John Wayne &
Co., consigliandogli di cercare fortuna in Italia (Clint manchi solo te!). Rick
non ci sta, è arrabbiato con sé stesso, frustato dalla sua carriera in declino;
piange alle parole di una giovanissima e determinata attrice, si ubriaca, ha una
villa con piscina a Beverly Hills di proprietà – perché lui è là per rimanerci,
come ci ricorda. Insomma, un concentrato dell’eccentricità di Leo che va da The
aviator a Django unchained passando per The wolf of wall street. Ma la
vera rivelazione è che Brad Pitt, un Cliff Booth amico e controfigura di Rick
Dalton, ha ancora molto da dare. Una recitazione in stato di grazia, un Pitt
che interpreta un duro perdigiorno, cazzaro e cool, con quel suo sorrisetto
ebete e rubacuori, solo esaltato dalle rughe e cicatrici accumulate negli anni
e che non gli tolgono fascino, anzi. E la splendida Margaret Qualley, che qui
interpreta una hippie della Manson Family, lo sa bene. Lei potrebbe sedurre
chiunque, ma forse 30 e passa anni di differenza sono un pochino troppi, perciò ci si
accontenta di un primo piano dei suoi piedi callosi schiacciati contro il parabrezza di
un’auto.

La vicenda narrata, cioè le avventure di Di Caprio e Pitt,
ha ben poca importanza, il film è un Tarantino show, una lettera d’amore per il
Cinema che ti porta in sala e che è fatto di studios con i loro set, ciak,
camerini. Il fatto storico, l’esplosione di violenza che tutti si aspettano da
un film tarantiniano c’entra con i nuovi vicini di Rick Dalton: Roman Polanski –
“Polanski, quello di Rosemary’s baby!!!” – e la moglie Sharon Tate
(Margot Robbie), che fu brutalmente assassinata mentre era incinta da parte di
Charles Manson e dai suoi giovani seguaci. Tarantino gioca con la fama delle
sue scene violente, adescando lo spettatore più volte e facendone immaginare il
loro arrivo, mentre questo accadrà solo nel finale, creando un netto contrasto rispetto
al resto del film funzionale a quella decina di minuti esaltanti e liberatori: la
violenza di Tarantino è sempre divertente, non può raccontare il triste fatto
storico. Il regista è felice di portare gente in sala, come incredibilmente felice è la
Sharon Tate che va ai matinée e si fa fotografare insieme alle locandine dei
film in cui recita… questo è Tarantino che erge un monumento ai film che l'hanno
fatto appassionare, alla sua ragione di vita, a un tipo di cinema che forse non
è più.
Suggerimenti appassionati:
- The nice guys (Shane Black, 2016)
- Bastardi senza gloria (Tarantino, 2009)
- Pulp fiction (Tarantino, 1994)
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