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VENEZIA78: The last duel, L'événement, È stata la mano di Dio

The last duel - fuori concorso  Quattordicesimo secolo, Normandia. Sir Ridley Scott usa lo sfondo della guerra dei Cento anni e di un conflitto di potere tra ex-commilitoni per affrontare una questione spinosa oggigiorno, ovvero il tema della violenza sulle donne. Quante ingiustizie vengono occultate e quante difficoltà incontrano le vittime nel parlare, nel dire la verità e cercare giustizia, osteggiate tanto da uomini, quanto da donne? Ma sir Scott ci attrae nella questione con la carota: sin dal titolo, cosí come dai primi minuti, fatti dal clagore di spade e scudi e dal rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati a spron battuto, sappiamo che la conclusione vedrà Matt Damon - Jean de Carrouges - affrontare a duello Adam Driver - Jacques LeGris. E chi, meglio del regista de Il gladiatore , può portare in scena un combattimento all'ultimo sangue?    L'impianto narrativo è tipico dei film giudiziari. Prima di assistere, per intero, all'epico duello, passeremo in rassegna t...

L'uccello dipinto - Venezia76

  Un contadino della pianura polacca a metà anni ’40 si diverte a salvare un uccellino, nutrirlo e liberarlo al passaggio di uno stormo di suoi simili, salvo prima coprirlo di un intonaco chiaro. Ecco che il gruppo non lo accetterà più in quanto diverso, anzi lo attaccherà ripetutamente come in una danza della morte fino a che il povero malcapitato cadrà a terra, esanime. Scena a mo’ di sinossi dell’intero film come la scena iniziale tra gli Urali in A serious man dei Coen.
Il regista ceco Václav Marhoul porta sul grande schermo con una fotografia in bianco e nero clamorosamente stupenda l'omonimo romanzo dello scrittore polacco Jerzy Kosinski, ebreo che allo scoppio del secondo conflitto mondiale aveva 6 anni e la cui famiglia riuscì a sopravvivere con l’aiuto dei contadini delle pianure polacche. Non esattamente l’avventura qui narrata.


 La pellicola segue l’odissea di un ragazzino polacco ebreo di nome Joska nella steppa della Polonia, dalla morte della zia a cui era stato affidato dai genitori all’inizio della guerra al ricongiungimento finale con il padre, un sopravvissuto ai campi di concentramento. Il film è pieno di violenza. Non di una violenza classicamente cinematografica, funzionale alla singola scena, piuttosto c'è la volontà di rappresentarla come puro prodotto della crudeltà intrinseca alla razza umana, con il pessimismo che ne consegue. Considerato un figlio del diavolo, un demonio, il ragazzino protagonista (Petr Kotlár) dovrà subire o vedere compiere violenze inaudite in ogni capitolo del film, concludendosi sempre in lui che scappa verso una nuova indefinita destinazione in una apparentemente impossibile ricerca dei genitori. Pochi saranno gli aiuti offerti a Joska e mai da parte del popolo. In due diversi momenti, un soldato nazista e uno dell’URSS si dimostreranno delle fortuite ancore di salvezza per il ragazzo.


 Ci sono scene che preferiresti non vedere, eppure la bellezza terrificante delle immagini continua a tenere incollati, attoniti, per l’intera lunghezza del film - ben 169 minuti. La domanda che sembra porre il regista è di quelle pesanti, che raramente si vede affrontare così di petto. L’uomo è rappresentato come essere fondamentalmente crudele, nel quale la violenza si trasmette sempre da oppressore ad oppresso, il quale a sua volta diverrà violento e si rifarà della violenza subita su chi è più debole di lui, in una spirale senza fine. Vedremo lo stesso protagonista cambiare, giungendo ad un omicidio che risulta liberatorio anche per lo spettatore, quasi a godere della vendetta lui stesso.
Dopo questo calvario, al ricongiungimento col padre, saprà Joska empatizzare con le sue sofferenze, con i suoi motivi per averlo abbandonato? C’è speranza per lui di rompere la catena di violenza, fare quel passo titanico e riconciliarsi, iniziare una nuova vita? Marhoul pensa di sì.

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