Un contadino della pianura polacca a metà anni ’40 si
diverte a salvare un uccellino, nutrirlo e liberarlo al passaggio di uno stormo
di suoi simili, salvo prima coprirlo di un intonaco chiaro. Ecco che il gruppo
non lo accetterà più in quanto diverso, anzi lo attaccherà ripetutamente come
in una danza della morte fino a che il povero malcapitato cadrà a terra, esanime.
Scena a mo’ di sinossi dell’intero film come la scena iniziale tra gli Urali in A serious man dei Coen.
Il regista ceco Václav Marhoul porta sul grande schermo
con una fotografia in bianco e nero clamorosamente stupenda l'omonimo romanzo dello
scrittore polacco Jerzy Kosinski, ebreo che allo scoppio del secondo conflitto
mondiale aveva 6 anni e la cui famiglia riuscì a sopravvivere con l’aiuto dei
contadini delle pianure polacche. Non esattamente l’avventura qui narrata.

La pellicola segue l’odissea di un ragazzino polacco
ebreo di nome Joska nella steppa della Polonia, dalla morte della zia a cui era
stato affidato dai genitori all’inizio della guerra al ricongiungimento finale con il
padre, un sopravvissuto ai campi di concentramento. Il film è pieno di
violenza. Non di una violenza classicamente cinematografica, funzionale alla singola scena, piuttosto c'è la volontà di rappresentarla come puro prodotto della crudeltà intrinseca alla razza umana, con il pessimismo che ne consegue. Considerato un
figlio del diavolo, un demonio, il ragazzino protagonista (Petr Kotlár) dovrà
subire o vedere compiere violenze inaudite in ogni capitolo del film,
concludendosi sempre in lui che scappa verso una nuova indefinita destinazione
in una apparentemente impossibile ricerca dei genitori. Pochi saranno gli aiuti
offerti a Joska e mai da parte del popolo. In due diversi momenti, un soldato nazista e uno
dell’URSS si dimostreranno delle fortuite ancore di salvezza per il ragazzo.
Ci sono scene che preferiresti non vedere, eppure la
bellezza terrificante delle immagini continua a tenere incollati, attoniti,
per l’intera lunghezza del film - ben 169 minuti. La domanda che sembra porre il
regista è di quelle pesanti, che raramente si vede affrontare così di petto.
L’uomo è rappresentato come essere fondamentalmente crudele, nel quale la
violenza si trasmette sempre da oppressore ad oppresso, il quale a sua volta
diverrà violento e si rifarà della violenza subita su chi è più debole di lui,
in una spirale senza fine. Vedremo lo stesso protagonista cambiare, giungendo
ad un omicidio che risulta liberatorio anche per lo spettatore, quasi a godere
della vendetta lui stesso.
Dopo questo calvario, al ricongiungimento col padre, saprà Joska empatizzare
con le sue sofferenze, con i suoi motivi per averlo abbandonato? C’è speranza
per lui di rompere la catena di violenza, fare quel passo titanico e
riconciliarsi, iniziare una nuova vita? Marhoul pensa di sì.
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