Ken Loach è un regista particolare. Nato nel lontanissimo 1936 nel cuore geografico dell’Inghilterra, è stato politicamente impegnato - come socialista - fin dagli anni ’60, con una lunga carriera tra la TV (BBC) e poi il cinema, spaziando tra il documentario e la fiction in un genere che ha contribuito a far nascere, quello del documentario drammatico, o docu-drama.
Protagonista dei suoi ultimi film è, inevitabilmente, la precarietà del lavoro. In Sorry we missed you si seguono le vicissitudini della famiglia Turner a Newcastle, nell’estremo nord dell’Inghilterra: Ricky, il padre, entra nella gig-economy come corriere freelance, mentre la madre, Abby, fa la badante a domicilio. Il loro sogno di creare la felice famigliola con una casa di proprietà si è fermato ai due figli, Seb e Liza, e ora lavorano orari impossibili per far fronte ai debiti accumulati negli anni.
Il film mostra continuamente il suo tratto più documentaristico, la telecamera segue maniacalmente le scene di vita quotidiana. Loach ci porta dentro la vita di un corriere, in cui regna supremo il beep del palmare che traccia i pacchi, ma fatta anche di furgoni, carico e scarico, traffico, multe della polizia e programmazione estremamente rigida. Nel frattempo Abby subisce passivamente la nuova avventura imprenditoriale del marito, sacrificando la sua auto, divenendo martire del suo lavoro e cercando, inutilmente, di porre una pezza sulla frattura che si sta creando tra padre e figlio. Seb, infatti, entra nello stereotipo del teenager figlio di una famiglia economicamente malmessa: marina regolarmente la scuola, insulta il padre, si dedica ad hobby non strettamente legali. Al contrario, la piccola Liza è l’ancora della famiglia. A lei il fratello mostra i suoi graffiti, su di lei il padre dipende nel cercare una comprensione liberatoria. Sarà il suo tentativo infantile – ha 9 anni! – di riportare le cose a “come erano prima” a dare l’accelerata narrativa.

Se il padre è il personaggio sotto i riflettori come minutaggio, è anche vero che le sue battute raggiungono la massima intensità nel difendere la sua squadra del cuore, il Manchester United. È un uomo normale, tutto il suo amore per il figlio viene espresso in un semplice “It’s really good to see you home, son.”
Nessuno dei tre più importanti monologhi è suo. Di certo il messaggio politico e sociale del regista esce dal contrasto tra l’esposizione iniziale dei termini non-contrattuali da parte del supervisore dell’azienda di consegne a domicilio a Rick e, verso il finale, la dovuta esplosione di nervi da parte di Abby in risposta allo stesso supervisore. È la rabbia di Loach - e non solo - di fronte alla fregatura della differenza tra forma e sostanza nella gig-economy. Ma come sei considerato un lavoratore autonomo, con la conseguente flessibilità, instabilità e mancanza di tutele contrattuali, se di fatto lavori orari rigidi, a volte assurdi, unicamente per una stessa azienda da cui tutte le tue entrate dipendono?
Voglio però ricordare un terzo monologo, quello pronunciato dal poliziotto a Seb, dopo che questi è stato condotto alla stazione di polizia per un furto al supermercato. Si tratta di un avvertimento sentitissimo, forse paternalistico, a tornare sulla retta via, a fare ordine nella propria vita, ad apprezzare le cose importanti che si hanno già. La predica alla gioventù, che però è in verità un incoraggiamento propositivo a non subire passivamente la vita, passerà forse come secondario rispetto all’attacco alla diffusa precarietà del lavoro, ma rispecchia una forte fiducia nelle istituzioni - nel film sicuramente famiglia e polizia, meno la scuola - nella visione politica di Loach. Perché il punto di vista di Loach è politico e sotto questa luce vanno visti i suoi film. Questa volta è ben riuscito a comunicare ciò che si sentiva di dire... con il durissimo accento dell'Inghilterra del nord.
Drinking game:
- uno shot ogni fock’s sake, focking hell, mate, bollocks, quid, youse
- cinque shots ogni arse o composti (arsehole, smartarse, ...)
Consigli appassionati:
- Due giorni, una notte (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014)
- Io, Daniel Blake (Ken Loach, Laura Obiols, 2016)
- Gloria Mundi (Robert Guédiguian, 2019)
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