Meritatissima Palma d’Oro a Cannes edizione 2018, Un affare di famiglia è l’apoteosi della carriera artistica di Hirokazu Koreeda, il suo punto di arrivo nella ricerca di un senso nei rapporti famigliari e di una risposta alla domanda: ‘Che cos’è una famiglia?’ Il cineasta giapponese riprende ed estende l’intuizione avuta nel trattare il rapporto padre-figlio in Father and son. La semplice e perciò geniale idea è di utilizzare come protagonista un gruppo di persone quasi totalmente privo di legami sanguigni, ma che ricrea, per bisogno, opportunità o reale affetto, una famiglia – gli Shibata.

Un indolente lavoratore alla giornata, esperto ladruncolo, la sua amante impiegata part-time e un ragazzino che hanno trovato per strada, accolto e addestrato al taccheggio scroccano un riparo nella vecchia casa di un’anziana, insieme alla giovane nipote fuggita alla presa dei genitori, che la credono star studiando in Australia. La nonna incoraggia la situazione sin da quando è divenuta vedova, spinge affinché Shota, il ragazzino, chiami gli adulti mamma e papà. Come ammette la nonna, con questa famiglia lei si è comprata un’assicurazione contro una triste vecchiaia e una morte nella solitudine più totale. Il film pesca direttamente dai problemi del Giappone attuale (e non solo): l’incessante invecchiamento della popolazione, lo squilibrio economico che crea periferie piene di lavoratori senza contratto stabile, le generazioni di giovani soffocate dall’ansia verso un futuro preoccupante – la lost decade non è solo gli anni ’90. In un contesto in cui il tessuto sociale viene a mancare queste persone semplici si riuniscono attorno al focolare che è la casa della nonna – e la sua pensione di reversibilità. Questa famiglia non può trovare una bimba affamata, che subisce le angherie e le violenze della madre, senza soccorrerla. Ma non è un rapimento, non chiedono un riscatto e la piccola Yuri è libera di andarsene, se vuole.

Questo è quello che fa chi ti vuole bene.
Lo sguardo di Koreeda non giudica mai, ma è carico di una poetica sensibilità per tutti i rapporti umani, fosse anche per il piccolo negoziante che si lascia derubare e, anzi, regala qualche snack ai due poveri bambini. Ma il mondo esterno che ne pensa? Yuri deve tornare dai genitori, Shota andare a scuola, i loro falsi genitori andare in prigione? Chissà.
Uno di quei film travolgenti, dolceamaro, che ti carica di dubbi su cosa credi che sia giusto o sbagliato, che ti fa sentire più vicino che mai ai suoi personaggi. Koreeda è l’erede di Ozu: si vede sempre e comunque. Ma non ne condivide quell’ottimismo di fondo, quei finali netti. Forse a ribadire il contrasto giapponese tra la potenza rinata con il boom del secondo dopoguerra e il Paese in relativo declino da ormai 30 anni.
Capolavoro.
Consigli appassionati:
- Parasite (Bong Joon Ho, 2019)
- Nessuno lo sa (Hirokazu Koreeda, 2004)
- Still walking (Hirokatsu Koreeda, 2008)
- Viaggio a Tokyo (Yasujiro Ozu, 1954)
Commenti
Posta un commento