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Il processo ai Chicago 7
Aaron Sorkin è forse lo sceneggiatore più celebre di Hollywood. Al suo secondo lungometraggio recupera un’idea di ben 13 anni fa: realizzare un film fiction basato sul processo dei Chicago 7, avvenuto a seguito delle sommosse dell’agosto 1968 in Chicago, durante la convention del partito Democratico. Controverso episodio che divise l’America tra sostenitori della polizia e sostenitori dei protestanti e che vide centinaia di feriti da entrambe le parti – chiaramente in un rapporto a sfavore dei secondi, viene toccato da Sorkin, il quale non ne fa un documentario – esiste già, si chiama Chicago 10 – ma snatura gli eventi, scambia personaggi ed azioni per renderlo più consono alla sinistra illiberale che sta prendendo piede in parte degli Stati Uniti. A suo modo di vedere strumentalizza un fatto storico per renderlo attuale nel dibattito americano. Questa scelta convince certamente in termini narrativi, grazie alla schiettezza del personaggio di Bobby Seale, leader delle Black Panthers e ottavo membro dei Chicago 7, e all’evoluzione della percezione del personaggio di Tom Heyden, uno dei leader del movimento studentesco, ma fa storcere il naso per la monodimensionalità che assumono sia i fatti di Chicago, sia il processo che vede imputati sette figure chiave tra i protestanti. Legittima o meno che sia l’alterazione dei fatti storici, è nel personaggio del giudice, totale inetto dall’indole razzista e ultraconservatrice, dove si sarebbe potuto costruire un discorso più profondo. Dov’è un sistema di controllo delle responsabilità per la figura dell’amministrazione pubblica che, più di ogni altra, dovrebbe essere super partes? Il signor Julius Hoffman continuò, peraltro, ad esercitare ben oltre il celebre processo e alla sua completa revisione in Corte d’Appello. Si è preferito affrontare di sfuggita la questione, dipingendolo come un vecchio rimbambito da sbeffeggiare. Imbarazzante, infine, la rettitudine attribuita al giovane membro dell’accusa Richard Schultz, intesa a voler aggiungere una sfumatura di conflitto generazionale alla politicizzazione dei fatti, così come risulta estraniante l’aver usato diversi attori con età tra i 10 e i 20 anni in più rispetto alla loro figura storica.
Consiglia appassionati:
- The social network (David Fincher, 2010)
- La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957)
- Il buio oltre la siepe (Robert Mulligan, 1962)
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