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Un divano a Tunisi
Sulle note di Mina questa produzione franco-tunisina presentata alle Giornate degli Autori di Venezia76 ci porta a seguire le peripezie di Selma (Golshifteh Farahani). Tunisina di nascita, ma cresciuta in Francia, lascia la carriera parigina per aprire uno studio di psicanalisi a Tunisi, sul tetto della casa degli zii. Musulmani che raccontano i propri problemi ad una donna? Ardua impresa. Che cosa è andata a fare? Che cosa vuole? Riscattare la memoria del padre? Prendere una rivincita per la madre? Dare un senso alla propria esistenza, esercitando la sua professione con pazienti che altrimenti non avrebbero nessuno? Realizzarsi, sfidare il mondo con la propria indipendenza – e solitudine? La commedia di Manele Labidi svela una società piena di problemi, dal fornaio che si identifica come donna e sogna di baciare famosi dittatori, all’imam depresso con tendenze autolesionistiche, passando per l’eccentrica proprietaria di un centro bellezza, donna estroversa mai venuta a termini nei rapporti con la madre. Lo fa con scene esilaranti, in parte satira politica, in parte annichilimento dell’atteggiamento superiore di una colta parigina nell’ex-colonia francese. Infatti, tra ostacoli burocratici, una cugina cinica irrequieta e un poliziotto innamorato, Selma avrà bisogno di un aiuto extra per non perdersi d’animo. Un divano a Tunisi (Arab Blues) colpisce con la sua freschezza e con il suo umorismo equilibrato che non sfocia mai in intellettualismi né in banalità. Gioca sulla visione che possono avere gli europei dell’Africa mediterranea ed è sottile, ma schietto, nell’affrontare una molteplicità di tematiche.
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