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Kubrick #9. The shining (1980)
The shining, conosciuto dalle nostre parti semplicemente come Shining, è oggi universalmente riconosciuto come una pietra miliare del cinema horror, un film così famoso da essere entrato nella cultura popolare. Non è sempre stato così, affatto. Nel 1980, anno di uscita nelle sale, non rientrò nemmeno nella top10 di un botteghino statunitense dominato dal secondo capitolo di Star Wars. Non solo non ottenne nomine o riconoscimenti di sorta, ma Kubrick e Shelley Duvall (Wendy) finirono ai Razzie Awards! Stephen King, autore del romanzo omonimo, sentì di dover criticare la pellicola, punendola per la sua, a suo dire, eccessiva freddezza e aggiungendo, rispetto alla recitazione di Duvall, "si trova lì solo per strillare e essere stupida." Che tempi!
Una nota riguardo alle versioni. Quella theatrical statunitense - che è anche la versione restaurata in 4K - dura 144'. In seguito il film venne tagliato e rimontato dal regista per arrivare ai 119' dell'edizione internazionale, l'unica da me vista. Non condivido la decisione di alterare una scelta di Kubrick, sempre padrone ultimo delle sue produzioni, dal voler assumere l'inventore stesso della - allora - nuovissima steadicam per poter girare l'inseguimento nel labirinto innevato appositamente creato per il film enfatizzando la corsa disperata del piccolo Danny, al controllare le singole traduzioni del proverbio inglese "All work and no play makes Jack a dull boy." Per il regista quest'opera è un'ulteriore consacrazione alla perfezione del mezzo audiovisivo, un misto di riprese in interni ed esterni, riprese in elicottero, con steadicam, uso dello zoom in primi e primissimi piani. Una fredda perfezione tecnica che vive nelle simmetriche geometrie dei saloni e dei corridoi del celebre Overlook hotel e del suo vasto labirinto. L'azione non è mai frenetica - tanto che l'inseguitore è un assassino azzoppato, che si strascica - anzi avviene in modo meticolosamente dosato.
Nel vedere Shining più e più volte ci si stupisce della semplicità della sua trama e della linearità con cui essa viene portata avanti. Dalle musiche cupe o agghiaccianti di compositori conosciuti da Stanley all'epoca di Odissea nello spazio (Ligeti, Penderecki) ai dialoghi non verbali tra Danny e lo chef Hallorann o alle celebri sorelline vestite di azzurro, l'obiettivo del regista non è creare alcuna sorta di dubbio circa la telefonata pazzia che si sta impadronendo di Jack Torrence (la migliore interpretazione della vita per Jack Nicholson), quanto costruire il contesto per far rabbrividire lo spettatore proprio della certezza freddamente matematica di tale destino. Non ci sono dubbi che Jack impazzirà, né che proverà ad uccidere la moglie e il figlio. In un ambiente dalle forme eccessivamente razionali e perciò prevedibili, l'inquietudine cresce man mano che l'esterno perde di colore, passando dai caldi colori autunnali al cupo biancore di una tormenta di neve, e di pari passo vedremo l'elemento soprannaturale crescere nelle peripezie del piccolo Danny a bordo del suo triciclo, con una steadicam che lo tallona e poi si ferma, sensazionale presagio dell'inseguimento finale.
Caro King, le urla di un'attrice spremuta da Kubrick che interpreta una donna, una madre che si fa carico della forza della disperazione, urla le quali esplodono di vita dopo un corpo del film piuttosto silenzioso, denotano solamente una tua sostanziale incomprensione del mezzo audiovisivo. Qui l'opera d'origine è solamente uno spunto di partenza...
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| Stanley che si fa un selfie con la figlia Vivian, Nicholson di contorno |
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