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VENEZIA78: The last duel, L'événement, È stata la mano di Dio

The last duel - fuori concorso  Quattordicesimo secolo, Normandia. Sir Ridley Scott usa lo sfondo della guerra dei Cento anni e di un conflitto di potere tra ex-commilitoni per affrontare una questione spinosa oggigiorno, ovvero il tema della violenza sulle donne. Quante ingiustizie vengono occultate e quante difficoltà incontrano le vittime nel parlare, nel dire la verità e cercare giustizia, osteggiate tanto da uomini, quanto da donne? Ma sir Scott ci attrae nella questione con la carota: sin dal titolo, cosí come dai primi minuti, fatti dal clagore di spade e scudi e dal rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati a spron battuto, sappiamo che la conclusione vedrà Matt Damon - Jean de Carrouges - affrontare a duello Adam Driver - Jacques LeGris. E chi, meglio del regista de Il gladiatore , può portare in scena un combattimento all'ultimo sangue?    L'impianto narrativo è tipico dei film giudiziari. Prima di assistere, per intero, all'epico duello, passeremo in rassegna t...

Venezia77: Cari compagni!, Notturno, Laila in Haifa

 Cari compagni!, Andrei Konchalovsky

 Konchalovsky presenta in bianco e nero a 4:3 - forse un richiamo a La corazzata Potemkin di Eisenstein - il dramma vissuto da una madre durante la rivolta e il seguente massacro avvenuti i primi di giugno del 1962 a Novocerkassk, nell'URSS meridionale, vicino al Caucaso. Lei, funzionaria del Comitato Locale, si lamenta di Kruscev e del fatto che, nemmeno in uno Stato Sovietico, prezzi e salari sfuggono le leggi del mercato. Rimpiange Stalin, la guerra e la visione del mondo senza sfumature. La figlia, diciottenne, fa parte di coloro che insorgono contro l'oppressione del regime. Il nonno è, invece, la voce cinica del film, colui che non crede più in niente, che per beffa rispolvera l'antica uniforme dell'esercito zarino. L'ironia del regista nel raccontare il massacro sta tutta nell'aver sconvolto i ruoli: se nell'opera di Eisenstein erano i futuri rivoluzionari a ribellarsi alla struttura feudale dell'impero degli zar, qui è proprio quel popolo di lavoratori, tanto esaltato dal regime comunista e dalla costituzione dell'URSS stessa, a ribellarsi. La battuta che più fa una pungente satira al riguardo è: "Scioperano? In una società socialista!? Non è possibile!" (forse non riportata letteralmente, ma il senso è questo)

A questo festival, pieno di narrazioni dal punto di vista femminile, spesso di una madre, si aggiunge il crollo della fede di Lyuda nel Partito. La ricerca di sua figlia, o forse del suo cadavere, la muoverà nel profondo: cos'è, infatti, l'indottrinamento di regime di fronte all'amore di una madre?

4/5



Notturno, Gianfranco Rosi

Rosi ha passato tre anni tra Iran, Iraq, Kurdistan (che non è uno Stato), Siria. Il risultato è un'accozzaglia di frammenti raccolti nel tempo e in diversi luoghi. Deserti su cui torreggiano pozzi petroliferi, città distrutte o semi-disabitate, madri che piangono i figli laddove essi hanno sofferto e sono morti, invano. Cioè che tiene in piedi il film è un'ottima fotografia - in primis l'enigmatico cacciatore/cecchino che si avventura in moto nel deserto e in canoa in una palude - e lo strazio dei popoli medio-orientali. Per pochi minuti prova ad essere un film politico, poi rinuncia e ci scarica addosso le malefatte dell'ISIS, abusando della voce dei bambini per costruirsi piú importanza. Non c'è un particolare filo conduttore, il montaggio sembra essere stato lasciato a sé stesso. È difficile catalogare questo flusso audio-visivo come film.

1/5


Laila in Haifa, Amos Gitai

 L'ormai celebre regista israeliano affresca la città di Haifa, trascinandoci nel locale piú misterioso della città - "sembra la caverna di Alì Babà" -, un bar dominato da tre Sfingi, tre donne quasi mistiche: la proprietaria Laila, che sulle spalle del ricco marito cerca di costruirsi una carriera da curatrice di mostre, la palestinese dall'espressione arcigna, megera della Resistenza Palestinese e la signora Hawla, tentatrice dell'uomo che forse è al cuore di tutto il film e intorno al quale queste tre donne (piú la sorella) ci vengono presentate, il fotografo esposto nella mostra. Il film di Gitai è un delirio nonsense, un flusso di coscienza che passa da una conversazione intima all'altra. Scopriamo che tutti conoscono tutti in questa selva oscura. Ma il regista non riesce assolutamente a tenere le redini della situazione, anzi. Ciò che risulta sempre piú centrale è la sconclusionatezza senza fine che, anziché catturare il pubblico, lo allontana. Sequenze conclusive imbarazzanti. Avanti il prossimo.

2/5

 

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