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Venezia77: Mainstream, Salvatore, The world to come, Pieces of a woman
Mainstream, Gia Coppola
Giancarla "Gia" Coppola torna, dopo sette anni, al festival veneziano. Quello che farà più parlare di questo film sarà il personaggio estremamente eccentrico interpretato da Andrew Garfield. Introdotto come the phoneless guy in una città social - Los Angeles -, il ragazzo-filosofo metterà sottosopra la vita di Frankie - Maya Hawke -, la quale, a sua volta, lo spingerà all'ascesa ad influencer insopportabile ed ipocrita. Attraverso performance grottesche da una parte e, dall'altra, il progressivo crollo della visione edulcorata che Frankie ha di No-one Special, la regista realizza una feroce satira sui nuovi guru, sulla loro totale mancanza di assunzione di responsabilità verso i giovani e giovanissimi che li seguono. Ma è anche un film su quanto il successo possa togliere l'anima alle persone, un'avvertenza contro il ridurre sé stessi ad un personaggio da recitare. Mainstream è esplosivo e lascia il pubblico spiazzato - non si è sentita volare una mosca a fine proiezione -, l'unico eccesso poco funzionale è l'uso continuo della musica anche nei momenti più intimi del film. Speriamo che Coppola e Hawke collaborino ancora: funzionano bene e, tra quelle due famiglie, c'è troppo Cinema che ha bisogno di essere espresso.
3/5
Salvatore: shoemaker of dreams, Luca Guadagnino
Proiettato immediatamente dopo Fiori, fiori, fiori, il corto realizzato dal regista siciliano nella sua terra natia come sfogo alla fine del lockdown, il documentario su Salvatore Ferragamo non può che arricchirsi ulteriormente di un senso di nostalgia, di ritorno alle origini: i grandi artigiani italiani, la nascita del Made in Italy... figure che più alte si ergono e più fanno percepire il vuoto imprenditoriale dell'Italia odierna. Tra materiale storico del primo Novecento, riprese dell'America coast-to-coast, quindi di quei territori immensi che tanto fanno sognare noi europei, e molteplici interviste con alcuni storici della moda, del cinema e, soprattutto, con più o meno interessanti membri della dinastia Ferragamo, Guadagnino, passo dopo passo, ci coinvolge sapientemente nell'epopea di quest'uomo. Il ragazzo-calzolaio vive in pieno il sogno americano e contribuisce al trasformare le attrici in dive in una Hollywood(land) ancora ai suoi albori. Diverrà un uomo determinato, che troverà in Firenze la sua casa ideale, che farà fronte alle difficoltà imposte dalla Grande Despressione e dalla seconda guerra mondiale trovando soluzioni innovative. Nuove forme, nuovi materiali... Un vero inventore, la cui eredità, oltre che a prosperare, è stata ora immortalata da Guadagnino, forse con perfino troppo rispetto.
4/5
The world to come, Mona Fastvold
La regista norvegese ha vissuto abbastanza negli States da far proprio il revisionismo storico. In questa produzione di Casey Affleck con Casey Affleck ci porta tra i boschi e le nevi dello Stato di New York nella metà dell'Ottocento. Protagonisti sono dei contadini. O, meglio, un contabile con il pallino per gli ingranaggi (un pela-mele pazzesco!), una scrittrice in erba che vuole porre fine alla propria ignoranza - Katherine Waterston -, un'avvenente libertina - Vanessa Kirby -, moglie di un macabro integralista cattolico. Riguardo a questi contadini finti vengono in mente le parole di una canzone di Herman Medrano: "sti cuà, par mi, no i gà mai girà [...]!" Le due coppie protagoniste hanno molto in comune: un matrimonio allo sfacelo e niente figli. Non appena le due mogli incrociano gli sguardi, è amore a prima vista, l'intero film è rivelato. La loro love story prenderà piede pian piano, di nascosto - ma non poi così tanto. Non siamo di fronte a una ripetizione dell'ottimo intreccio narrativo di Ritratto della giovane in fiamme, né ci sono sorprese o profonde intuizioni di sorta. Peraltro l'epilogo viene raggiunto in modo sciatto: una volta allontanate dal macabro integralista, le innamorate non si curano di mettere in pericolo l'un l'altra con le loro lettere inequivocabili. The world to come, molto cinicamente, parte con una morte, conclude con un'altra. Non se ne sentiva il bisogno.
1/5
Pieces of a woman, Kornél Mundruczó
Altro film spiazzante, altro film con Vanessa Kirby, che con Pieces of a woman può considerare la Coppa Volpi già sua. Martha, la protagonista che interpreta, è una donna che fa l'incoscente scelta di rinunciare al lusso non troppo recente di un sicuro parto in ospedale, preferendo quello domiciliare con l'aiuto di un'ostretica. Americani. Il cuore della nascitura sembra essere debole, ma ormai non c'è più tempo, bisogna procedere. Yvette nasce... e muore. La nonna, che ci viene ventilato un po' gratuitamente essere nata, di nascosto, da una donna ebrea in Ungheria durante la seconda guerra mondiale, propone subito di fare causa all'ostretica. Americani. Ma a Martha tutto ciò non interessa, se finge di sì è solo per far felice la madre con cui spesso si scontra. La vediamo andare in giro, con il suo cappottino rosso scarlatto, sola nel suo dolore in una città grigia. Va al supermercato, torna a lavoro, prova a divertirsi ad un party... è davvero una donna che sta provando a raccogliere i pezzi della propria vita, una vita che forse non comprende più il compagno, il cui struggimento viene, per scelta, lasciato in secondo piano. Mundruczó resta fedele al titolo della sua opera e ci riporta continuamente all'incomprensione tra lei e lui e tra lei e la madre, un'incomprensione che, più di essere risolta, deve lasciare spazio alle decisioni personali di questa donna quando riuscirà a confrontarsi, nel modo in cui ritiene giusto, con la disgrazia frutto primariamente del malaugurato caso.
5/5
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