Nomadland, Chloé Zhao
Che ne è stato della generazione degli hippies? Ora, invecchiati, forse economicamente non se la cavano benone come gli altri baby-boomers. Il sogno americano per loro è non avere nessun legame, una fissa dimora o qualcuno che dipenda da loro. Vagano per le grandi distese, i deserti, le praterie e i parchi naturali saltando da un campo di van all'altro, sopravvivendo frugalmente di piccole pensioni o di lavori a termine. Scopriamo che, spesso, il motivo per cui non possono tornare a una home è che la famiglia non c'è piú. Per Fern - Frances McDormand - era il marito, a lungo amato, mentre per il guru che sembra Babbo Natale era il figlio, suicida. La scelta nomade viene rivista in chiave di elaborazione del lutto da parte di anime in pena, che vagano per i panorami sconfinati degli stati meno densamente popolati degli Stati Uniti. Non è una scelta che la regista condanna, ma, a piú riprese, l'antitesi tra vita nomade e fissa dimora porta ad esaltare quest'ultima quando appare sullo schermo, che sia a casa della sorella, luogo d'infanzia, o la villetta circondata dalla natura di Dave, abitata dalla famiglia della Mulino Bianco. See you down the road.
3/5
Lahi, Hayop! (Genus pan), Lav Diaz
Il regista filippino, comparso in videomessaggio ad augurarci buona salute, presenta in Orizzonti il film piú breve della sua filmografia, con i suoi 157'. Non ci sono movimenti di macchina inutili - anzi non ci sono proprio. Lo stupendo bianco e nero, la camera fissa, i pochi personaggi: Lav Diaz è un minimalista nell'anima, un mito del cinema d'autore. Seguiamo l'avventura di Andres, giovane di ritorno a casa dopo tre mesi in miniera con in mano i soldi che serviranno a pagare le cure mediche della sorella. Come in Selva Trágica abbiamo una leggenda popolare, che rivive attravaverso il protagonista, e un viaggio nella foresta, presenza costantemente misteriosa e pericolosa. Il rapporto tra Andres e i compagni, il virtuoso Paulo e il cinico Baldo, e tra le famiglie di questi permetterà al regista di di indagare sulla natura animalesca dell'uomo. La visione di Lav Diaz è chiarissima, esplicitata da un programma radio: l'essere umano è sí il primate piú avanzato, ma tiene dentro di sé ancora il retaggio degli scimpanzè, il "genus pan", il quale gli impedisce di essere come Buddha o Cristo o Maria Teresa e raggiungere la forma evolutiva successiva, in cui la lotta per il potere, le prevaricazioni, le violenze sono cessate. In un'isola il cui nome significa "sozzo" questa è una realtà ben distante, Andres ne verrà schiacciato.
4/5
In between dying, Hilal Baydarov
Un film su di un angelo della morte che sarà causa di cambiamenti improvvisi, decisioni estreme nella vita di molte donne. A bordo del suo scooter dal serbatoio magico attraversiamo le distese dell'Azerbaigian, con lui, Davud, costastantemente inseguito da tre simpatici scagnozzi del temuto Dottore. Un viaggio metaforico, necessario per cercare risposta ai quesiti esistenzialisti posti dal regista. "Perché esisto? Qual è il fine ultimo dell'esistenza? Amare?"
Se nelle scene in cui avvengono i decessi le risposte non sono mai coerenti con le domande, tanto da sembrare un film dei Coen mediocre, è tra una morte e l'altra, ma soprattutto tra nebbie che nemmeno in Val Padana, che ha corso il flusso di coscienza cardine al film. Come in Genus pan l'elemento divino viene incarnato da un cavallo, solamente che stavolta è bianco, anziché nero, e non è dato sapere se faccia parte del folklore locale o sia solo un bella inquadratura tremendamente ripetitiva. Proprio come il protagonista, non avremo nessuna risposta da questo film. A fatica qualche domanda.
2/5
Commenti
Posta un commento