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VENEZIA78: The last duel, L'événement, È stata la mano di Dio

The last duel - fuori concorso  Quattordicesimo secolo, Normandia. Sir Ridley Scott usa lo sfondo della guerra dei Cento anni e di un conflitto di potere tra ex-commilitoni per affrontare una questione spinosa oggigiorno, ovvero il tema della violenza sulle donne. Quante ingiustizie vengono occultate e quante difficoltà incontrano le vittime nel parlare, nel dire la verità e cercare giustizia, osteggiate tanto da uomini, quanto da donne? Ma sir Scott ci attrae nella questione con la carota: sin dal titolo, cosí come dai primi minuti, fatti dal clagore di spade e scudi e dal rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati a spron battuto, sappiamo che la conclusione vedrà Matt Damon - Jean de Carrouges - affrontare a duello Adam Driver - Jacques LeGris. E chi, meglio del regista de Il gladiatore , può portare in scena un combattimento all'ultimo sangue?    L'impianto narrativo è tipico dei film giudiziari. Prima di assistere, per intero, all'epico duello, passeremo in rassegna t...

post Venezia77 e Mulan

 A quasi una settimana dalla fine del festival, piú di qualche riflessione è sorta spontanea. In primis, quest'edizione quasi miracolosa che dà il via alla ripresa dei festival cinematografici (subito seguito dal TIFF) ha funzionato benissimo. Meno film - in ogni caso tantissimi, meno pubblico, sale dimezzate, scansione della temperatura e mascherine obbligatorie in sala e fuori, tanto da rendere le aree relax / ristorazione una sorta di oasi d'ossigeno per i maratoneti di proiezioni dalle 8 di mattina alle 22 di sera. Il sistema di prenotazioni era un'incognita: eccessivamente articolato tra le diverse tipologie di accredito e fastidiosi sistemi CAPTCHA, sovraccaricato dal "prenota tutto" e da cancellazioni all'ultimo, si può comunque dire che nessuno rimpiange le eterne file degli scorsi anni.

L'impressione del concorso è stata che, una volta dato il via alla caccia di nomi da poter sbandierare e essersi resi conto che gli americani e molti europei non sarebbero venuti, quantomeno fisicamente, sono stati invitati i vari Rosi, con un "documentario" da fuori concorso, Amos Gitai, Kiyoshi Kurosawa e Andrei Konchalovsky - unico tra i veterani ad essersi difeso egregiamente - principalmente per scarsità di grandi nomi non italiani disponibili ad un viaggio all'estero in questa pandemia. Comprensibile. Non a caso quest'anno la sezione di Orizzonti, per la maggiore libertà dei suoi selezionatori e la naturale conseguente meritocrazia, è stata molto piú ricca di sorprese positive rispetto al concorso principale!
Rispetto ai premiati del concorso principale ho delle osservazioni.
Al di là dell'obbligatoria coppa Volpi femminile, le scelte della giuria guidata da Cate Blanchett sono frutto di una specifica impronta data dalla Biennale: includere il mondo intero, dichiararsi la piazza globale per la presentazione di opere cinematografiche urlando ad ogni industria cinematografica del mondo "Qui siete in benvenuti." Solo così si spiega la premiazione del film indiano a miglior sceneggiatura, o un Leone d'argento a Kurosawa dal sapore di premio alla carriera. In aggiunta, l'unico film americano con potenziali nomine agli Oscars si è aggiudicato il Leone d'oro, a rimarcare la politica del festival di volersi posizionare come trampolino di lancio per gli ambiti premi hollywoodiani, e il Gran premio della giuria  è andato al film di protesta, un attacco veramente brutale rispetto ad una tematica che va sempre piú per la maggiore (Parasite, The platform, La casa di carta, ...). Coppa Volpi a Favino? Se si pensa alla quantità di film italiani presentati tra le varie sezioni, l'Italia se ne esce con le ossa abbastanza rotte.



 Il cinema al di fuori dei festival sta vedendo un progressivo ritorno alle sale che subito ricorda la crisi economica e debitoria dei circuiti di distribuzione: se pre-covid19 sopravvivevano marginando soprattutto sull'offerta extra filmica (ristorazione) e dissanguandosi per i contratti di leasing/affitto, ora la bancarotta è una possibilità molto reale. Già non poter riempire le sale nemmeno con i blockbusters è una mazzata, ma ancor peggio è la prospettiva che il rilascio diretto delle grosse produzioni via piattaforme OTT porti ancor piú all'indebolimento della forza contrattuale tra majors e catene di distribuzione. Dopo l'accordo strappato lo scorso luglio dalla Universal ad AMC per la restrizione a 17 giorni della finestra temporale dell'esclusività della proiezione in sala per alcuni film (cioè dopo appena 3 finesettimana dall'uscita potranno essere distribuiti via streaming), tutti gli occhi erano puntati sul live-action di Mulan, prodotto dalla Disney con il benestare del regime cinese (#BoycottMulan). La scelta dell' azienda di Topolino di rilasciare l'atteso film come contenuto premium via Disney+ ($30 in aggiunta all'abbonamento), oltre che nelle sale cinematografiche aperte dei Paesi dove la piattaforma di streaming non è disponibile, ha portato ad una seconda ondata di critiche. Dati alla mano, il film sembra non aver riscosso il successo desiderato nel mercato per il quale era stato pensato - cioè la Cina, dove ha aperto con numeri inferiori a Tenet -, mentre pare aver soddisfatto Disney per quanto riguarda gli acquisti OnDemand. Che il cinema in quanto luogo fisico abbia fatto il suo tempo? Un quesito spaventoso, ma che forse come risposta ha la sopravvivenza di  alcune sale come protagoniste dei film-evento, questi ultimi visti come una forma di intrattenimento, un'esperienza superiore - con conseguente prezzo.




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