Marco Bellocchio è un regista controverso, i suoi film sono sempre manifesti di protesta politica e sociale. A 26 anni – a breve ne compirà 80 - ambientò la sua opera prima nei luoghi dove era cresciuto, tra Piacenza e provincia, dove a novembre cadono le prime nevi sugli Appennini. Nel casone di una madre cieca di mezza età
convivono tre fratelli e una sorella. L’unico ad avere la testa sulle spalle è Augusto, il fratello maggiore, che lavora come avvocato a Piacenza, dove vuole trasferirsi con la futura moglie. Leone è il fratello tonto ed epilettico, Alessandro un completo fannullone nevrotico, Giulia la bella sorella, succube del fratello maggiore, litiga continuamente con Ale, condividendone l’infantilismo. Diciamo pure che Augusto è un piccolo borghese che si accolla l’esistenza del resto della famiglia: non vede l’ora di andare a vivere con la fidanzata Lucia e lasciarsi la madre, i fratelli e la campagna alle spalle.

Il vero protagonista, Ale, si crede un poeta travolto dal male di vivere, si alza tardi la mattina, vive alla giornata e fa scherzi di pessimo gusto alla madre. È l’esatto opposto di Augusto, che gli rimprovera di non voler far qualcosa della propria vita. Il ragazzo ha continuamente pensieri mortiferi, oscilla tra un infantilismo cronico e l’essere un Leopardi schizofrenico. I suoi tic, i nervi a fior di pelle, lo spietato opportunismo fanno sì che sia lui il vero peso della famiglia, non la madre o Leone, con la cui morte Alessandro crede di risolvere ogni cosa.
Bellocchio mostra già da giovane un cinismo pauroso raffigurando una famiglia senza valori in un Paese dove, all’epoca, la famiglia era ancora l’istituzione fondamento della società. Lo spettatore non può entrare in empatia con nessuno, tranne forse Augusto, persona ordinaria che si fa carico dei suoi doveri. È tremendamente ordinario ed ipocrita, bara al gioco e tradisce la fidanzata andando a puttane.

"È una collezione che oggigiorno potrebbe avere un valore."
Il regista sembra volerlo ergere ad esempio dell’italiano medio nato nell’affermarsi della classe media post boom economico
e della sua ipocrisia, mentre Alessandro è una derisione dell’anticonformismo di comodo, dove la critica al sistema attuale è svogliata e inconcludente, esiste solo una pars destruens e non una pars construens. Estraniato dal resto del mondo, la sua smania di essere al centro della famiglia ricorda la battuta di Moretti in Ecce Bombo “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”
Il film viene generalmente apprezzato per l’essere un precursore di molte tematiche sollevate dalla rivoluzione culturale del ’68. La crisi esistenziale della gioventù dell’epoca, la perdita di valori successiva al benessere economico della società capitalista risultano troppo distanti nel tempo e incongruenti con il vuoto culturale del 21esimo
secolo e i movimenti di protesta attuali. Visto ora, I pugni in tasca lascia indifferenti: le tematiche sono ormai passate e i protagonisti sono completi estranei.

Suggerimenti appassionati:
- Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968)
- Il fascino discreto della borghesia (Luis Buñuel, 1972)
- Io sono un autarchico (Nanni Moretti, 1976)
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