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VENEZIA78: The last duel, L'événement, È stata la mano di Dio

The last duel - fuori concorso  Quattordicesimo secolo, Normandia. Sir Ridley Scott usa lo sfondo della guerra dei Cento anni e di un conflitto di potere tra ex-commilitoni per affrontare una questione spinosa oggigiorno, ovvero il tema della violenza sulle donne. Quante ingiustizie vengono occultate e quante difficoltà incontrano le vittime nel parlare, nel dire la verità e cercare giustizia, osteggiate tanto da uomini, quanto da donne? Ma sir Scott ci attrae nella questione con la carota: sin dal titolo, cosí come dai primi minuti, fatti dal clagore di spade e scudi e dal rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati a spron battuto, sappiamo che la conclusione vedrà Matt Damon - Jean de Carrouges - affrontare a duello Adam Driver - Jacques LeGris. E chi, meglio del regista de Il gladiatore , può portare in scena un combattimento all'ultimo sangue?    L'impianto narrativo è tipico dei film giudiziari. Prima di assistere, per intero, all'epico duello, passeremo in rassegna t...

Parasite

  Bong Joon-Ho con questo film è divenuto il primo regista coreano ad aver vinto la Palma d’oro a Cannes, un traguardo che è forse il riconoscimento massimo nel mondo del cinema come arte. Con ben otto lungometraggi all’attivo negli ultimi 20 anni, il cineasta è conosciuto soprattutto per l’Hollywoodiano Snowpiercer, ma fu scoperto dal mondo cinefilo già nel 2003 quando vinse i Grand bell awards – l’equivalente coreano degli Academy awards – con Memories of murder, un giallo veramente intenso ambientato nella Corea distante dalle grandi città. Al contrario, Parasite è ambientato a Seoul, una delle aree metropolitane più densamente popolate al mondo.
 Il film ci cala nelle vicissitudini delle famiglie Kim e Park: padre, madre, figlia e figlio. Ma la composizione stereotipata è l’unica cosa che hanno in comune. I Kim vivono di espedienti e lavoretti saltuari, la loro casa è un seminterrato in una zona povera di Seoul in cui si lascia la finestra aperta quando passa la disinfestazione e le fogne esondano durante le forti piogge. D’altro canto, sono attori formidabili e persone dalla faccia tosta – o poveri abbastanza – capaci di attaccarsi uno alla volta all’ingente reddito dei Park e alla loro spaziosa villa progettata da un architetto. Dei veri parassiti. La loro ingegnosa scalata alla vita agiata sarà aiutata dalla totale ingenuità dei più che benestanti coniugi e sarà accompagnata da trucchi sempre più assurdi e perciò ilari.


  Giunta al suo apice, l’ascesa dei Kim verrà ostacolata dall’ex domestica dei Park, custode di un segreto che cambierà totalmente il tono del film, il quale, da dramma che era, diventa un thriller a tutti gli effetti, con tanto di rapimenti, prigionie, tentativi di fuga, inversione dei ruoli, risoluzioni all’ultimo secondo dei problemi. Così come viene detto nel film: “Sai che tipo di piano non fallisce mai? Nessun piano.” La sceneggiatura di Parasite è, invece, molto ben pianificata. Il film riesce a trionfare nel caos abilmente diretto, una spirale di eventi che oscilla velocemente tra la suspense e intermezzi comici (tra cui l’imitazione delle presentatrici nordcoreane). Questa è una ricetta che spesso il cinema del lontano oriente riesce a far funzionare, evitando miracolosamente di scadere in una parodia di un’ipotetica collaborazione tra Fincher e Tarantino.

Qualcuno non si sta divertendo

  La visione del regista contrappone nettamente i ricchi, gentili – ma solo perché è un lusso che si possono permettere – ingenui abitanti delle ville spaziose al popolo, composto da individui dalle mille risorse, pronti a tutto pur di tirare avanti. Un popolo distinto da un suo puzzo particolare, costretto ad usare la metropolitana, frequentare i PC bang (internet café) e a rifugiarsi nelle palestre comunali durante le forti piogge. Ne esce un contrasto caricaturale sì, ma palesemente figlio della divisione sociale e della polarizzazione della ricchezza in corso nella totalità dei Paesi industrializzati da circa metà degli anni ’80 ad oggi. Negli Stati Uniti, per esempio, in questo arco di tempo l’1% più ricco della popolazione è passato dal possedere meno del 10% della ricchezza totale al possederne poco più del 20%, ovvero tanto quanto il 90% meno ricco. Al riguardo sono molto esplicite le analisi di Ray Dalio, verosimilmente il più grande investitore di sempre.
Tirandone le fila, in questa meritatissima Palma d’oro Bong Joon-Ho riesce a catturare lo spettatore, tenendolo col fiato sospeso, facendolo piangere dal ridere e riflettere su temi sociali. In un colpo solo. Sulle note di In ginocchio da te di Gianni Morandi.



Suggerimenti appassionati:
- Underground (Emir Kustorica, 1995)
- Affari di famiglia (Hikazu Kore-eda, 2018)
- Memories of murder (Bong Joon-Ho, 2003)

Ray Dalio: Our Biggest Economic, Social, and Political Issue

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