Dopo la vagonata di cinefumetti degli ultimi 10 anni, inclusi
i record al botteghino della saga Avengers (2012-2019), la DC Comics sta
cominciando a replicare alla Marvel. Come Batman v Superman le ha
insegnato, inseguire la concorrenza, provare nell’ardua impresa di batterla, è
una cattiva strada. Piuttosto la via è avere una strategia oceano blu,
rappresentata da un nuovo filone da una parte più maturo e dark, dall'altra meno inquadrabile come cinefumetto.
Dare l’inizio col botto a
questa operazione è la motivazione commerciale per un film che strettamente
commerciale non è. Non a caso alla regia c’è un signore (Todd Phillips) che di
serialità ne sa qualcosa (Una notte da leoni). Il soggetto però non è da
film per famiglie, ma Joker, un personaggio che affascina sia quando analizzato ad
un primo livello come l’uomo che non riesce a trovare un posto nella società e
dà di matto, trasformando il suo dolore personale in una sadica esaltazione del
caos, sia quando viene inteso più profondamente come un’aspra critica alle convenzioni
sociali in quella che ricordiamo essere una società dei consumi e del quieto
vivere, dove anormale ha un’accezione intrinsecamente negativa.

Il forte dramma psicologico di tale personaggio ha, negli
anni, attratto numerosi attori capaci: Jack Nicholson, Heath Ledger, Jared Leto
e, ora, Joaquin Phoenix. Come era lecito aspettarsi, è lui la colonna portante
del film. Interpreta un Arthur Fleck non ancora Joker, ma uomo solitario dalla risata
patologicamente incontrollabile che sbarca il lunario come clown, un uomo che intrattiene
con la madre un legame morboso reminiscente di Psycho e che è seguito dalla
psichiatra fornita dai servizi sociali. Vedremo Arthur illudersi di star frequentando
la ragazza della porta accanto, perdere dalle tasche una pistola carica in un ospedale per
bambini, muoversi per una New York - ops, Gotham City - anni ’70, fatta di strade larghe, vicoli e stazioni della metro. È Travis Bickle
di Taxi Driver il personaggio che viene in mente nel guardare la
trasformazione di Joaquin Phoenix nel villain che conosciamo, la storia di un
emarginato che riesce, attraverso la sua sadica follia, ad essere finalmente
qualcuno, in questo caso addirittura il simbolo di una rivolta di classe. Abbiamo un Joker che balla
sulle note di That’s Life cantata da Sinatra e lanciata a pieno volume.
Il punto di svolta avviene quando Arthur partecipa al suo show televisivo d’intrattenimento
preferito, condotto da un Robert De Niro d’eccezione, e noi riconosciamo il Joker reso celebre al cinema da Il
cavaliere oscuro: capelli tinti di verde, faccia clownesca ed estremamente seria, in
contrasto col largo sorriso rosso del makeup. Ed è questo il motivo per cui il film
funziona, anzi funziona alla grande: lo spettatore conosce già il punto d’arrivo,
lo conosce per la semplicità del titolo stesso della pellicola, collega ogni
elemento fornitogli come un tassello di un puzzle che già ha visto intero.

Ciò che veramente stona con il tono tenuto per la maggior
parte dell’ascesa di Arthur a Joker è la pomposità – anche sonora – con cui si
spinge il protagonista a ergersi a leader di protestanti violenti e
caotici, passaggio che finisce per chiudere seccamente la parentesi autoriale di questo
cinefumetto nella volontà di fornire il trampolino di lancio al futuro
commerciale del brand. Nonostante questo, il Leone d’Oro di quest’anno rimane
un grandissimo film che personalmente ricorderò come il Joaquin Phoenix show,
data la prestazione indiscutibile dell'attore che lo porterà all’Oscar e oltre.
Suggerimenti appasionati:
- Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)
- Psycho (Alfred Hitchcock, 1960)
- Il cavaliere oscuro (Christopher Nolan, 2008)
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