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VENEZIA78: The last duel, L'événement, È stata la mano di Dio

The last duel - fuori concorso  Quattordicesimo secolo, Normandia. Sir Ridley Scott usa lo sfondo della guerra dei Cento anni e di un conflitto di potere tra ex-commilitoni per affrontare una questione spinosa oggigiorno, ovvero il tema della violenza sulle donne. Quante ingiustizie vengono occultate e quante difficoltà incontrano le vittime nel parlare, nel dire la verità e cercare giustizia, osteggiate tanto da uomini, quanto da donne? Ma sir Scott ci attrae nella questione con la carota: sin dal titolo, cosí come dai primi minuti, fatti dal clagore di spade e scudi e dal rombo degli zoccoli dei cavalli lanciati a spron battuto, sappiamo che la conclusione vedrà Matt Damon - Jean de Carrouges - affrontare a duello Adam Driver - Jacques LeGris. E chi, meglio del regista de Il gladiatore , può portare in scena un combattimento all'ultimo sangue?    L'impianto narrativo è tipico dei film giudiziari. Prima di assistere, per intero, all'epico duello, passeremo in rassegna t...

Joker - Venezia76

  Dopo la vagonata di cinefumetti degli ultimi 10 anni, inclusi i record al botteghino della saga Avengers (2012-2019), la DC Comics sta cominciando a replicare alla Marvel. Come Batman v Superman le ha insegnato, inseguire la concorrenza, provare nell’ardua impresa di batterla, è una cattiva strada. Piuttosto la via è avere una strategia oceano blu, rappresentata da un nuovo filone da una parte più maturo e dark, dall'altra meno inquadrabile come cinefumetto.

Dare l’inizio col botto a questa operazione è la motivazione commerciale per un film che strettamente commerciale non è. Non a caso alla regia c’è un signore (Todd Phillips) che di serialità ne sa qualcosa (Una notte da leoni). Il soggetto però non è da film per famiglie, ma Joker, un personaggio che affascina sia quando analizzato ad un primo livello come l’uomo che non riesce a trovare un posto nella società e dà di matto, trasformando il suo dolore personale in una sadica esaltazione del caos, sia quando viene inteso più profondamente come un’aspra critica alle convenzioni sociali in quella che ricordiamo essere una società dei consumi e del quieto vivere, dove anormale ha un’accezione intrinsecamente negativa.


 Il forte dramma psicologico di tale personaggio ha, negli anni, attratto numerosi attori capaci: Jack Nicholson, Heath Ledger, Jared Leto e, ora, Joaquin Phoenix. Come era lecito aspettarsi, è lui la colonna portante del film. Interpreta un Arthur Fleck non ancora Joker, ma uomo solitario dalla risata patologicamente incontrollabile che sbarca il lunario come clown, un uomo che intrattiene con la madre un legame morboso reminiscente di Psycho e che è seguito dalla psichiatra fornita dai servizi sociali. Vedremo Arthur illudersi di star frequentando la ragazza della porta accanto, perdere dalle tasche una pistola carica in un ospedale per bambini, muoversi per una New York - ops, Gotham City - anni ’70, fatta di strade larghe, vicoli e stazioni della metro. È Travis Bickle di Taxi Driver il personaggio che viene in mente nel guardare la trasformazione di Joaquin Phoenix nel villain che conosciamo, la storia di un emarginato che riesce, attraverso la sua sadica follia, ad essere finalmente qualcuno, in questo caso addirittura il simbolo di una rivolta di classe. Abbiamo un Joker che balla sulle note di That’s Life cantata da Sinatra e lanciata a pieno volume.
Il punto di svolta avviene quando Arthur partecipa al suo show televisivo d’intrattenimento preferito, condotto da un Robert De Niro d’eccezione, e noi riconosciamo il Joker reso celebre al cinema da Il cavaliere oscuro: capelli tinti di verde, faccia clownesca ed estremamente seria, in contrasto col largo sorriso rosso del makeup. Ed è questo il motivo per cui il film funziona, anzi funziona alla grande: lo spettatore conosce già il punto d’arrivo, lo conosce per la semplicità del titolo stesso della pellicola, collega ogni elemento fornitogli come un tassello di un puzzle che già ha visto intero.


 Ciò che veramente stona con il tono tenuto per la maggior parte dell’ascesa di Arthur a Joker è la pomposità – anche sonora – con cui si spinge il protagonista a ergersi a leader di protestanti violenti e caotici, passaggio che finisce per chiudere seccamente la parentesi autoriale di questo cinefumetto nella volontà di fornire il trampolino di lancio al futuro commerciale del brand. Nonostante questo, il Leone d’Oro di quest’anno rimane un grandissimo film che personalmente ricorderò come il Joaquin Phoenix show, data la prestazione indiscutibile dell'attore che lo porterà all’Oscar e oltre.


Suggerimenti appasionati:
- Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)
- Psycho (Alfred Hitchcock, 1960)
- Il cavaliere oscuro (Christopher Nolan, 2008)

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